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La nobiltà di servizio

(Piemonte - XVIII Secolo)



Ciò che permise a Vittorio Amedeo II ed al suo successore Carlo Emanuele III di attuare importanti riforme è dovuto in gran parte al merito del sovrano per essersi circondato di validi collaboratori e funzionari, capaci, fedeli e votati al servizio dello Stato.

La tendenza del sovrano, che aveva abitudini frugali ed amava frequentare la gente del popolo, fu un progressivo inserimento nei ranghi dello Stato di uomini nuovi, di estrazione borghese o di recente nobilitazione, anche di umili origini, guardando al loro valore indipendentemente dalla posizione sociale.


Fra i funzionari del re fu altissima la percentuale dei laureati in legge, che diventa sempre più un requisito essenziale per ricoprire le cariche più importanti un po' in tutti i settori, tranne marginalmente in quello finanziario ove erano piuttosto richieste competenze amministrative ed economiche.

Le nuove leve erano fedelissime al sovrano e si impegnavano altamente nei loro compito, con l'intento, spesso riuscito, di ottenere un feudo per la famiglia e quindi il titolo nobiliare.

Questo fenomeno minacciava il monopolio preesistente del potere in mano alla nobiltà, i cui privilegi ora erano rimasti solo in alcune parti dell'antica aristocrazia, come la corte, l'esercito, la Chiesa.

Zoom della foto

Per mantenere il passo con la nuova nobiltà di servizio, l'antica nobiltà doveva adeguarsi. Così i giovani rampolli si trovarono a dover frequentare corsi regolari nelle scuole secondarie ed all'Università ed a seguire infine l'apprendistato nei ranghi dell'amministrazione pubblica.

I nuovi funzionari che fecero una carriera notevole furono molti. Tra essi ricordiamo Giovan Battista Gropello, Pietro Mellarede, Vincenzo Ferrero, il Saint-Laurent ed il Fontana. Molti di essi continuarono il loro operato anche dopo la successione al trono, garantendo continuità nell'opera di riforme in atto.

Nel 1730, vista la situazione stabile e solida del Regno, il re, anche a causa degli acciacchi della vecchiaia, decise di abdicare e con una cerimonia ufficiale consegnò il paese nelle mani del figlio, e subito dopo, con un piccolo seguito, partì per Chambery.

Chiese però di avere un bollettino settimanale di resoconto sull'andamento del regno: anche dopo il ritiro, Vittorio Amedeo intendeva guidare l'attività del figlio e dei suoi collaboratori.

Nel '31 fu colpito da un attacco apoplettico ed iniziò ad evidenziare gravi segni di pazzia: era convinto che la situazione del regno fosse critica ed era intenzionato a riprendere il potere.

Suo malgrado, Carlo Emanuele II decise di firmare l'ordine d'arresto del padre, che fu rinchiuso nel Castello di Rivoli ove morì nel 1732.


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